| DISIDRATAZIONE |
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1 - La funzione dell'acqua per il corpo L'acqua rappresenta il 40-65% del peso corporeo ed è il costituente principale del protoplasma intracellulare. Nell'acqua avvengono, dunque, tutte le reazioni dei processi metabolici cellulari (gli scambi tra cellule e sangue). Essa non solo è un elemento della costituzione del sangue e del tessuto connettivo, ma è anche coinvolta nei processi generali di omeostasi dell'organismo, dei liquidi circolanti e tissutali e della termoregolazione. Un'altra funzione essenziale dell'acqua nel nostro corpo è di essere il mezzo attraverso cui vengono eliminati i cataboliti, cioè i prodotti di rifiuto del nostro metabolismo, per via urinaria, rettale, gastrointestinale e termoregolatoria (polmoni e cute). È dunque fondamentale il mantenimento di una composizione costante dei liquidi organici, ovvero del bilancio idrico in omeostasi. Nei fluidi organici sono disciolti elettroliti, cioè soluti dotati di carica elettrica, che hanno la funzione di mantenere i processi osmotici dei fluidi organici e i fenomeni ad essi collegati: pressione, diffusione e permeabilità della membrana e dei capillari. Il rene è il principale organo regolatore della concentrazione elettrolitica dei fluidi corporei oltreché dell'acqua, ma la regolazione del bilancio idrico parte dall'ipotalamo che coordina diverse funzioni viscerali e che contiene il "centro della sete", il quale controlla, insieme alle ghiandole surrenali, anche la funzionalità del rene. Il nominare l'ipotalamo subito ci richiama il concetto di "asse ipotalamico-ipofisario-surrenalica", il grande meccaniso neuroendocrino di regolazione dello stress. In effetti, uno dei primi sintomi che compaiono quando si va sotto stress, è proprio la disidratazione, determinata dal fatto che l'organismo, nella Fase di Allarme (vedi Hi-Tech n.6) comincia a diminuire, come in stato di guerra, le razioni d'acqua ai vari distretti somatici, al fine di controllare le riserve idriche per situazioni di maggior pericolo. Un difetto di idratazione può essere evidenziato da diversi segni di disagio: cattiva digestione, gonfiore bevendo, ritenzione idrica, problemi intestinali in risposta all'assunzione d'acqua, stipsi, candidiasi o disbiosi intestinali, pelle arida, poco elastica, irritabilità, stanchezza mentale e/o fisica, eccessiva sete, anche solo in particolari momenti del giorno e assente in altri. Anche il rifiuto a bere, o espressioni tipo: "Non ho mai sete", oppure "L'acqua da sola non mi piace", può essere un sintomo di cattiva distribuzione idrica nel corpo, spesso indotta da cattive abitudini nutrizionali. Imparando a bere, in realtà, l'organismo impara a sapere quando assumere acqua, senza dover arrivare al segnale limite della "sete". Chi non ha mai voglia di acqua spesso ha accumulato un tale carico tossinico nell'organismo, che ottunde la sensibilità sui livelli di disidratazione. Talvolta, invece, il problema è a carico dei processi di informazione del biocomputer somatico: vi sono casi in cui non viene percepito il bisogno, casi in cui l'acqua non viene assimilata e altri in cui viene malamente distribuita. Oltre ai sintomi sopra nominati, non bisogna dimenticare gli effetti strutturali, sulle catene muscolari, di cui abbiamo portato un esempio fondamentale nel numero precedente di Hi-Tech. In quel caso lo Psoas era il muscolo chiave di dolori generalizzati alla zona lombare e dei possibili effetti di bilanciamento compensatorio a causa della trasmissione dello stimolo di squilibrio posturale alle catene muscolari ascendenti e discendenti. Lo stress produce un effetto generalizzato di disidratazione. Quando il fenomeno si cronicizza, questo va a scapito della funzionalità renale, con effetti sorprendenti sull'apparato muscolo-scheletrico e, di conseguenza sull'assetto posturale. Il punto di passaggio più macroscopico fra la situazione organica renale e quella muscolare lo troviamo appunto nello Psoas, per via delle correlazioni laminari del midollo spinale a partire da innervazioni nella zona lombare. Una debolezza dello Psoas favorisce la sublussazione della sacroiliaca, da cui procederà una rotazione della pelvi, con possibili conseguenze che abbiamo già descritto, ad esempio sugli equilibri della colonna (tendenza alla scoliosi lombare controlaterale alla debolezza) piuttosto che su quelli del vettore coxo-femore-astragalo-malleolare. È evidente che molto spesso questi squilibri possono essere rilevati ancora a livello subclinico e non finiremo mai di ripetere come questo sia di fondamentale aiuto per l'ottimizzazione della performance atletica, agendo preventivamente sulle cause, prima che si insinuino circoli viziosi stress-stressogeni.
2 . Disidratazione e performance In effetti, quando avvertiamo lo stimolo della sete, è segno che siamo già sotto stress e il corpo lancia i suoi segnali d'allarme. Quando siamo disidratati il sangue, che è formato per l'83% di acqua, diventa vischioso, rendendo difficoltosa la circolazione, soprattutto a livello cerebrale. L'immediata conseguenza è una diminuzione dell'ossigenazione cellulare, con effetti che tutti conoscono: anche in condizioni non di particolare stress fisico, si nota il rallentamento delle funzioni cerebrali a scapito di concentrazione e attenzione, oltre a un progressivo diffuso senso di anergia muscolare. A causa, infatti, della riduzione di ossigeno nel sangue, anche i muscoli tendono a contrarsi. A una riduzione del 4% di acqua nell'organismo, corrisponde, infatti, uno scadimento del 20-30% della prestazione. L'assunzione giornaliera di acqua, deve essere calcolata sulla base di 15-25 gr. per Kg. di peso corporeo, a seconda del contesto ambientale e climatico. Questa tuttavia è la quantità standard in condizioni fisiche ottimali e senza particolari attività fisiche o psichiche. In condizioni di stress o di attività fisica, bisogna aumentare la dose. Nel seguente schema individuiamo il livello standard di partenza, su cui valutare gli incrementi nelle fasi di training intenso: Peso corporeo in Kg / 40 = litri/die (es. : se un atleta pesa 70 kg., in condizioni di riposo deve assumere almeno 1,75 litri/die). L'acqua deve essere pura, ossia non sono da considerare parte della dose giornaliera, bibite, tè, infusi o altro e biocompatibile (sul significato di biocompatibilità ci ritorneremo nel prossimo numero). Deve inoltre venir consumata a piccole dosi distribuite durante il corso della giornata e lontano dai pasti. Imparando a bere, l'organismo è in grado di percepire quando assumere acqua, senza dover arrivare al segnale limite della "sete" e tende automaticamente a evitare anche di bere durante i pasti, il che provocherebbe solo appesantimento della digestione, poiché già sufficientemente idratato in precedenza. Ovviamente assumiamo acqua anche dal cibo, circa 1 litro al giorno, più un altro mezzo riassorbito dalla produzione intracellulare determinata dall'utilizzazione del glicogeno per produrre energia. I fluidi corporei sono infatti indispensabili per il funzionamento dei meccanismi di regolazione termica e una diminuzione di essi determinata da fattori atmosferici e ambientali, può comportare, durante l'esercizio pesante, uno stato di ipertermia. Bisognerà allora prevedere, ad esempio, che una trasferta in zone con clima secco, come in alta montagna comporta una notevole diminuzione dei tempi di evaporazione dell'acqua e, quando i procesi di termoregolazione risultano, per cause endogene o esogene alterati, automaticamente viene ad aumentare la quantità di fluidi richiesta da parte dell'organismo. La disidratazione comincia a livello intracellulare e, esaurite le riserve della produzione metabolica, l'organismo che ha bisogno di acqua rischia di sottrarla al sangue, come abbiamo visto nella fenomenologia dello stress, a detrimento del volume plasmatico. L'assunzione di un'adeguata quantità di acqua e di minerali (elettroliti) che si perdono nel processo di traspirazione, prima di una competizione, dovrà dunque essere accompagnata da una buona dose di glucosio, quale riserva energetica primaria del nostro organismo, tuttavia occorre prestare molta attenzione agli integratori liquidi (Gatorade, Enervit ecc.) utilizzati dagli sportivi come supporto, dal momento che spesso sono sovradosati e un'eccessiva assunzione di carboidrati può causare disturbi digestivi e possibili crisi ipoglicemiche reattive. Questo fenomeno è dovuto al fatto che l'assunzione di acqua contenente una quantità elevata di zuccheri, incrementa la glicemia nel sangue causando il rilascio di insulina che provvede a eliminare lo zucchero circolante creando uno stato di carenza. È importante ricordare che, dal nostro punto di vista, i problemi organici non sono mai fini a se stessi, ma si riflettono immediatamente sulla struttura muscolo-scheletrica e quindi sulla dinamica posturale. Un modo per risparmiare glicogeno può essere quello di utilizzare maggiormente i grassi per produrre energia, mobilizzando gli acidi grassi polinsaturi mediante appositi stimolanti naturali, quale l'Acido Ascorbico o la caffeina. Tuttavia, al Test Muscolare di precisione, così come ai Test di Biorisonanza, metodiche che utilizziamo regolarmente all'Istituto di Psicosomatica Integrata, il più delle volte la caffeina, così come la maggior parte degli integratori nutrizionali comunemente in uso, rivelano fenomeni di intolleranza subclinica. Questo ci porta ad usare molta prudenza e ad effettuare accurati Test, prima di proporre a un atleta complementi nutrizionali, anche se naturali e anche se, nella letteratura scientifica hanno dato, "in generale", ottimi risultati. Il nostro principio rimane infatti quello che, al di là dei fenomeni apparenti, vi sono realtà subcliniche che si mostrano estremamente significative, non "in generale", ma per il singolo atleta, se viste nella prospettiva sia del miglior rendimento attuale, sia della prevenzione dei decadimenti post-atletici. E vi stupirete a sapere che noi testiamo anche l'acqua? C'è infatti acqua e acqua e, se quanto è stato detto è sufficientemente significativo dell'importanza di una corretta idratazione, non stupirà scoprire che il tipo di acqua non è un ingrediente secondario. 3 - Le caratteristiche bio-compatibili dell'acqua L'acqua è una fonte di nutrimento cellulare essenziale per l'organismo, poiché composto in massima parte d'acqua, nonché un fondamentale strumento di pulizia tossinica. Ne consegue che debbano essere valutate specifiche caratteristiche biochimiche delle acque, soprattutto quando il consumo giornaliero è nelle dosi suggerite nel numero precedente; questo per evitare, ovviamente, che elementi intrinseci a specifici tipi d'acqua non abbiano a loro volta un effetto inquinante per l'organismo. Talvolta il corpo non riesce a sfruttare i benefici dell'idratazione, non tanto a causa della quantità, quanto della qualità dell'acqua. Un'acqua, ad esempio, troppo carica di residui minerali inorganici non assimilabili, sarà un agente di biotossicità, per l'apporto di sostanze non metabolizzabili, che dovranno a loro volta essere espulse, sovraccaricando gli organi emuntori. Si produce in questi casi un effetto paradossale, in cui l'acqua contribuisce alla creazione di problemi che è destinata a risolvere. Questo è il destino delle comuni acque municipali che sgorgano nei rubinetti di casa; sebbene, infatti, esse subiscano continui controlli dal punto di vista batteriologico, non sono altrettanto garantiti i filtraggi di minerali inorganici e di sostanze non biocompatibili quali nitrati, nitriti, fosfati, idrogeno solforato, batteri residui, pesticidi, cloro, ammoniaca e particelle in sospensione. Le acque domestiche sono in genere cariche d'elementi tossici per l'organismo, poiché il livello decretato di potabilità segue in genere più regole politiche che bioecologiche: i parametri di tossicità possono, infatti, essere modificati in relazione a contesti e circostanze geografico-sociali e non in virtù d'oggettive qualità intrinseche del prodotto. Un problema tuttavia si pone anche per la maggior parte delle comuni acque da tavola in commercio. Attraverso test di biocompatibilità kinesiologici ed elettrobiokinesiologici su centinaia di casi, all'Istituto di Psicosomatica Integrata di Milano, abbiamo riscontrato, su tutte le marche d'acqua reperibili in commercio nei comuni circuiti di massa (supermercati e farmacie) un livello di biocompatibilità praticamente inesistente. Questo non significa affatto che le acque suddette non siano potabili. Significa che esse non sono in grado di ottemperare al meglio, per l'organismo, a quelle funzioni così essenziali che ho inoltre presentato nel numero precedente della rivista sotto il comun denominatore di "idratazione". Possono sovraccaricare l'organismo d'elementi non metabolizzabili a livello cellulare, andando a gravare sul sistema emuntoriale, o modificare l'equilibrio acido-basico del terreno biologico. Anche le acque cosiddette "minerali", infatti, non sono biocompatibili per il semplice fatto che i minerali in essa disciolti, poiché non metabolizzati precedentemente da sostanze vegetali, non possono essere assimilati dall'organismo umano e di conseguenza non fanno che sovraccaricare i reni nella loro funzione di filtro. I precipitati salini di un filtraggio sanguigno non ottimale a carico del rene contribuiscono ai processi di calcificazione dell'organismo. Per questa ragione non ha alcun senso assumere acqua "minerale" in ambito atletico per rimineralizzarsi e tantomeno darla ai bambini per aiutarli a crescere. In ogni caso, se la biocompatibilità è ridotta, evidentemente, l'acqua non può essere assunta a dosi significative per ottimizzare il processo d'idratazione. Bisogna infine ricordarsi che una corretta idratazione prevede il ricambio idrico, perciò sono favorevoli le acque ipotoniche per il loro effetto diuretico. Più forte è l'ipotonicità e più la diuresi è favorita non solo a livello vescicale (riduzione di fenomeni flogistici a carico delle vie urinarie), ma anche per la relativa prevenzione della calcolosi renale grazie a una minimizzazione dei precipitati salini (effetto catalitico). Ricordiamo sempre, d'altra parte, come una corretta funzionalità renale comporti un'ottimale performance d'importanti muscoli del baricentro pelvico come il gruppo dell'Ileo-Psoas e del cingolo scapolare, come il Trapezio cervicale. In tutto il territorio nazionale che pure è assai ricco di fonti acquifere, le acque biocompatibili si riducono ad una decina di tipi, per la maggior parte non reperibili nei comuni circuiti commerciali di massa, ma solo in ambiti selezionati di mercato: negozi d'alimenti biologici o vendita diretta a domicilio. I parametri chimici di biocompatibilità che accomunano questa serie minima d'acque si possono ridurre principalmente a:
RESIDUO FISSO a 180°: < 50 mg (tendenzialmente leggera) PH: da 6 a 6,8 (tendenzialmente acida) Assenza di nitriti, fosfati, ammoniaca (tendenzialmente pura) Ipotonica, ma più genericamente oligominerale o "minimamente mineralizzata" (denominazione ministeriale)
È importante che l'insieme dei parametri sia rispettato e in particolare i primi due: vi sono, infatti, sul mercato, acque ottime dal punto di vista della leggerezza (oligominerali o minimamente minerali) e del residuo fisso, ma troppo alcaline. Il residuo fisso rappresenta appunto il carico di minerali inorganici residui, derivati dai percorsi montani sotterranei dell'acqua ed è ciò che rimane a sua volta residuale nell'organismo, sovraccaricandone il livello di rifiuti. I minerali inorganici invece presenti nelle cosiddette acque "minerali", caricando il sangue di elettroliti turbano la normale funzionalità renale, impedendo una completa depurazione del sangue. Dell'importanza degli altri parametri abbiamo già parlato più sopra: l'acqua deve essere oligominerale, tendenzialmente pura (un'acqua totalmente pura come l'acqua distillata è intollerabile per l'organismo se non a piccolissime dosi) e tendenzialmente acida. Un'altra possibilità di ottenere una corretta idratazione sfruttando l'acqua domestica è quella di purificarla mediante appositi sistemi ad osmosi inversa. L'osmosi è un processo naturale secondo il quale due soluzioni di differente concentrazione salina vengono separate. Facendo passare l'acqua attraverso una membrana semimpermeabile, come avviene a livello cellulare, essa passerà da una soluzione meno concentrata a una più concentrata di elementi chimici. Se si inverte il processo si ottiene un sistema di purificazione dell'acqua domestica, mantenendo inalterato l'equilibrio salino, ma rimuovendo gli agenti più tossici: nitrati, ecc. I migliori apparecchi di osmosi inversa prevedono, oltre alla membrana osmotica, anche una prefiltrazione articolata a carboni attivi vegetali in grado si selezionare e rimuovere i sedimenti, il cloro ed altri possibili inquinanti chimici fino al 95% e talora al 99%. Nitriti, ammoniaca e fosfati risultano invece assenti. Purtroppo l'eliminazione totale di nitrati sia per le acque biocompatibili in commercio che per quelle filtrate per osmosi inversa, è praticamente impossibile, anche se può raggiungere più del 90%. Per le acque purificate il pH oscilla dai 6,4 ai 7 secondo la fonte cui attinge l'acquedotto municipale e di altre variabili poco controllabili. In ogni caso non supera la soglia dei 7, mantenendosi in un range ottimale di equilibrio acido-basico. Il residuo fisso dovrebbe aggirarsi fra i 25,5 e i 30 mg e la durezza totale oscillare da 1,5° a 4°F. L'acqua ottenuta per osmosi inversa è inoltre un'acqua assolutamente oligominerale.
4 - Idratazione durante la performance atletica L'attento lettore e in modo particolare l'allenatore avveduto inizierà subito una ricerca esplorativa attraverso le etichette delle acque in commercio per verificare la quasi totale inesistenza di questi valori sul mercato della grande distribuzione in Italia e scoprirà con sorpresa che le acque più pubblicizzate con messaggi salutistici, sono spesso quelle più distanti da questi parametri. Ne saprà trarre le dovute conseguenze: sebbene sia sempre meglio disporre di metodiche di test in grado di personalizzare qualunque tipo di prescrizione a lungo termine. Sicuramente attenersi ai parametri consigliati migliorerà la qualità dell'idratazione. Suggeriamo anche, ovviamente, di sperimentare il significativo apporto di qualità alla performance atletica di una corretta e continuata idratazione con acque biocompatibili poiché, come sempre amiamo ricordare, il corpo è un insieme e una buona funzionalità organica si riflette, per via cerebro-spinale, direttamente sulla struttura muscolo scheletrica. Durante la performance atletica il corpo perde circa 4-5 litri d'acqua. Ad essi dobbiamo aggiungere, nel corso della giornata, circa 500 ml dovuti alla traspirazione in condizioni fisiologiche normali, più altri 500 ml dovuti ai processi respiratori e circa 1,5 litri che si perdono nelle funzioni escrementizie. Questo significa una perdita di liquidi che va dai 2,5 litri , fino ai 6 -7 al giorno in fase di allenamento. Poiché il recupero di acqua dai cibi si limita a circa 1 litro al giorno più altri 500 ml circa, che ricaviamo come sottoprodotto del metabolismo, è comprensibile come la maggior parte delle persone e in particolare degli atleti, sia tendenzialmente disidratata. Stiamo parlando di disidratazione in termini subclinici, ma nondimeno latrice di spiacevoli effetti che ho già mostrato nei due numeri precedenti di questa rivista. Ricordo, ad esempio come la riduzione del 4-5% del livello ottimale d'idratazione possa arrivare a produrre una diminuzione della performance del 20-30%, a partire da quella cerebrale (il cervello è formato per il 75% di acqua) poiché l'aumento della vischiosità del sangue (il sangue è composto per l'83% di acqua) ne rallenta la circolazione e quindi la distribuzione di ossigeno alle cellule. Naturalmente tutto questo si accentua sotto stress. L'acqua infatti lava le tossine che si producono dalla reattività metabolica delle risposte allo stress.. Lo stress iperattivando il sistema endocrino produce una notevole quantità di ormoni che rimangono in circolo anche dopo la reazione di lotta-fuga, producendo un sovraccarico tossinico. Poiché la tendenza alla disidratazione è piuttosto comune, ancor di più sotto stress occorre bere molta acqua per favorire il drenaggio emuntoriale delle tossine. Il pubblico femminile conosce bene l'influenza della disidratazione sull'epidermide e cerca di rimediarvi con trattamenti cosmetici di carattere topico, cioè locale. In verità quando la pelle, ad esempio del viso, perde la sua elasticità, questo è un indice di un problema più generale e non basta utilizzare creme idratanti per risolverlo. Potete sperimentarlo con facilità: Prendete ad esempio un Deltoide nella sua porzione mediale, cioè in quella parte di fibre che permettono di abdurre il braccio lateralmente. Tenendo il braccio dell'atleta teso di lato all'altezza della spalla col palmo della mano rilasciato verso il basso, esercitate una pressione lenta e progressiva come per riportare il braccio nella sua posizione iniziale lungo il fianco. Il soggetto testato si limiterà ad opporre una resistenza adeguata alla vostra spinta. Se non vi sono problemi muscolari specifici, la spinta viene facilmente controbilanciata e il braccio rimane fermo nella posizione di contrazione del muscolo Deltoide. A questo punto tirate con delicatezza una ciocca i capelli o di peli del testato con lo scopo di rendere più agevole l'operazione di sollevamento della pelle, come per testarne l'elasticità. Mentre tirate la pelle, spingete contemporaneamente sul braccio come nel test precedente. Lo stato di disidratazione generalizzato si mostrerà con un sorprendente cedimento del muscolo Deltoide medio e quindi con un rilasciamento del braccio. Se questo non dovesse accadere il livello d'idratazione in quel momento è ottimo. Se avete notato un cedimento significativo o anche solo un vacillamento del muscolo, un aumento dello sforzo compensatorio della spinta, passate alla fase seguente. Fate bere uno o due bicchieri d'acqua al soggetto (possibilmente "biocompatibile" - vedi la puntata precedente di Somatologia Integrata, in Hi Tech n.10) e ritestate come al punto 5. Vi sorprenderete del cambiamento della risposta muscolare. Il muscolo riacquista immediatamente il tono che aveva perduto nel test di elasticità della pelle. Vi chiederete come sia possibile che l'acqua appena bevuta sia prontamente metabolizzata dall'organismo rendendo possibile l'idratazione. E infatti non è così. Il meccanismo è più sofisticato: i recettori della mucosa orale sono in grado di informare il sistema nervoso e in particolare i centri ipotalamici della presenza nel circuito alimentare di acqua. La risposta cerebrale è immediata e il corpo si comporta "come se" il problema fosse superato, dando accesso alle riserve. Quando siamo sotto stress infatti, può verificarsi il fenomeno delle ritenzione idrica come reazione difensiva dell'organismo. L'illusione del passato pericolo consente al corpo di liberare le riserve, fino al momento in cui non realizza ovviamente che di falso allarme si è trattato e quindi il fenomeno si ripresenta. Occorre quindi ovviamente usare il test come un segnale d'allarme e analizzare le condizioni più profonde dell'organismo in rapporto all'acqua. Nei casi in cui fate bere dell'acqua e il muscolo non si carica, oppure trovate un muscolo scarico a ripetuti test dell'acqua, significa che le riserve sono troppo scarse per assicurare al cervello che potrà attingervi. Può essere necessario far prendere consapevolezza alla persona del problema e anche valutare la sua disponibilità a seguire per un certo tempo un regime idrico specifico, che può essere anch'esso testato. È possibile cioè testare la quantità e qualità d'acqua necessaria, per quanto tempo deve essere assunta e, qualora fosse necessario, concepire un piano di corretta idratazione. Vi sono casi in cui, tuttavia, l'acqua non viene assimilata e questo richiede test specifici che permettono di valutare come difetta nell'organismo il sistema d'informazione relativo alla distribuzione idrica. Un altro test interessante è di natura posturale e consiste nel valutare le dismetrie pelviche che si riflettono sugli arti inferiori. Un indice di dismetria è dato dalla misura di disallineamento dei malleoli mediali. Senza entrare troppo nei dettagli, si può semplificare il discorso dicendo che quando una gamba è significativamente più corta dell'altra nella valutazione dell'allineamento dei malleoli, fra i vari problemi che possono esservi implicati di natura ascendente o discendente (quando non si tratta di dismorfismi ossei, ovviamente) spesso è sottovalutata un'ipertonia dello Psoas dal lato della gamba corta e/o un'ipotonia dello stesso sul lato lungo. Un altro test di carattere posturologico consiste nella valutazione delle dismetrie nella rotazione mediale del piede. Anche in questo caso, quando i due piedi non infraruotano allo stesso modo, fra le varie cause può esservi implicato lo Psoas. Ciò che è necessario ricordare è, in Kinesiologia, la relazione fra muscolo e organo. Lo Psoas è infatti correlato organicamente al Rene, per cui una disfunzione, anche subclinica dell'uno si riflette sull'altro. Uno Psoas debole comporta in genere un allungamento dell'arto in conseguenza a una possibile sublussazione dell'anca, mentre uno Psoas ipertonico tende a mantenere l'arto contratto col piede extraruotato, essendo un rotatore laterale. Quando l'elemento causale è connesso a una problematica d'idratazione, la correzione posturale avviene in forma eclatante e immediata facendo bere acqua (anche 1 o 2 litri) al paziente. Naturalmente occorre poi sostenere con un adeguato regime idrico la funzionalità del Rene.
5 - La disidratazione dei dischi intervertebrali La tematica della disidratazione ha ripercussioni molto serie sulla struttura articolare, in particolare quella del rachide. Una corretta prevenzione e il mantenimento della funzionalità articolare devono tenere ben presente l'importanza dell'idratazione. La macchina umana è meravigliosamente dotata e, infatti, è un modello fondamentale per ogni altro tipo di meccanismo inventato dall'uomo. L'evoluzione della specie ce ne mostra, dal punto di vista biomeccanico e cinetico, il perfezionamento nell'adeguarsi, per esempio, alla postura eretta, che ha comportato una ridistribuzione dei carichi posturali. La colonna vertebrale dell'uomo ha dovuto, infatti, adeguarsi alla nuova postura che sfidava la forza di gravità del magnetismo terrestre, attraverso una quadruplice curvatura del rachide. In pratica, la colonna è un meccanismo a catena formato da trentadue articolazioni che a loro volta si suddividono in quattro segmenti principali che rappresentano vettori di forza: la curva cervicale e quella lombare concave; la curva dorsale e quella sacro-coccigea, convesse. La prima enorme conseguenza di questa trasformazione è l'espansione, in senso radiale, del movimento del corpo nello spazio e l'alta specializzazione articolare e neuromotoria dell'arto superiore e della mano in particolare. L'espansione radiale consiste in una combinatoria complessa di movimenti nei tre piani dello spazio e secondo assi che s'intersecano intorno al perno fondamentale della colonna vertebrale. La colonna vertebrale umana è in grado di compiere movimenti di flessione, estensione, rotazione e traslazione e una raffinata combinatoria degli stessi grazie alla suddivisione in segmenti e un sistema di cuscinetti d'ammortizzamento che garantisce la sopportabilità di carichi dieci volte superiori alla colonna rettilinea dei quadrupedi. I cuscinetti d'ammortizzamento sono i dischi cartilaginei che intervallano le vertebre e la loro degenerazione comporta dei quadri patologici che vanno dall'alterazione del disco al coinvolgimento delle strutture articolari connesse (osteocondrosi). Questo prezioso sistema d'ammortizzamento necessita, di conseguenza, di supporti nutrizionali fondamentali per compensarne l'usura e il nutrimento dei dischi avviene, in assenza di vasi sanguigni, attraverso minime fissure delle lamine cartilaginee che uniscono il corpo vertebrale all'anello fibroso. Il nutrimento del disco è quindi determinato da un meccanismo delicato che risente immediatamente dello stato d'alterazione dell'articolazione, innescando circoli viziosi. Il principale nutrimento, tuttavia, è quello idrico, poiché il funzionamento dei dischi intervertebrali è determinato da un meccanismo d'idroammortizzamento. In effetti, la condrosi, ovverosia lo stato d'infiammazione del disco è correlato a uno stato di disidratazione del nucleo polposo che può portarlo fino allo sgretolamento, attraverso una progressiva riduzione: la disidratazione del nucleo comporta a monte una riduzione dell'effetto d'ammortizzamento con conseguente sovraccarico della struttura. Questo accade perché il disco è formato, alla nascita per quasi il 90% circa del peso del suo nucleo, d'acqua. Man mano che nella crescita si disidrata, fino ad arrivare, in condizioni non patologiche a perdere circa il 20%, perde la sua funzione di distanziatore dei corpi vertebrali e quindi d'ammortizzatore. In effetti, la genialità biomeccanica della macchina umana è determinata in questo caso proprio dal fatto che i liquidi, sotto pressione da carico, anziché comprimersi si espandono all'interno del nucleo realizzando una perfetta intercapedine fra le vertebre. La parte esterna fibrosa del disco funziona da contenimento dei liquidi, impedendone l'ulteriore dispersione. Ovviamente il meccanismo prevede anche un sistema di pompaggio che lo renda adeguato a diverse circostanze di carico. La pressione interna dei liquidi varia cioè secondo il bisogno. Questo processo è di natura biochimica. Sono, infatti, le molecole di mucopolisaccaridi all'interno del disco che trattengono o rilasciano l'acqua. Vi è dunque una relazione direttamente proporzionale fra mucopolisaccaridi e riserva idrica. Col diminuire dei primi diminuisce anche la seconda. Secondo l'attitudine posturale o della necessità di carico si modifica la pressione interdiscale e la maggior pressione in postura statica si ha quando si è seduti. Attenzione quindi alla vita sedentaria e ad una scarso apporto d'acqua. Solitamente queste due pessime abitudini convivono e fanno parte dei circoli viziosi dei quadri patogeni. Naturalmente contribuiscono al processo di disidratazione anche condizioni endogene metaboliche oltreché esogene, indotte da farmaci e da scorrette attitudini di vita. Poiché lo stato d'idratazione del nucleo si riflette sull'elasticità e il turgore di tutta la colonna, non stupirà sapere che la riduzione senile della statura è direttamente conseguente al processo di disidratazione. In mancanza d'acqua, per garantire l'omeostasi della funzionalità articolare, il nucleo si può gonfiare nel tentativo di trattenere molecole d'acqua rischiando però la protrusione e perfino la fibrosi e la fissurazione. L'ernia del disco si produce quando, in risposta a continue sollecitazioni, anziché rompersi il nucleo polposo, esso si protrude rompendo l'anello fibroso. L'alterazione della biomeccanica del movimento dovuta sia a danni dei legamenti che a modifiche dello stato del disco vertebrale favoriscono il processo artritico della colonna. L'infiammazione associata al danneggiamento innesca un sistema d'equilibrio del corpo che per rispondere al dolore modifica gli assetti posturali e può iniziare a produrre più materia ossea (ostreofiti) nell'area infiammata, causando il restringimento del forame vertebrale (stenosi spinale). Quando gli osteofiti o la protrusione discale arriva a toccare connessioni nervose come il midollo, o il legamento longitudinale posteriore o il nervo spinale, subentra il quadro doloroso. Non è il disco a dolere, poiché non è innervato, ma è l'elemento del sistema nervoso che subisce una pressione irritativa a far sentire il dolore. Poiché il meccanismo del dolore non è diretto, solitamente il quadro nevralgico compare molto tempo dopo la lesione e in condizioni praticamente irreversibili.
6 - Aumentare il consumo di acqua Il consiglio di fondo è quindi quello di aumentare il consumo di acqua e di migliorarne la qualità, utilizzando acque con particolari caratteristiche di biocompatibilità, al fine di favorire l'organismo nel liberarsi dalle sostanze tossiche senza essere sovraccaricato dall'acqua stessa. Tuttavia non è frequente né l'abitudine a bere significative quantità di acqua fuori pasto, né l'attenzione alla qualità stessa dell'acqua. Vi sono persone che lamentano di non tollerare l'acqua bevuta fuori pasto, di trovarla pesante, poco digeribile, di non avere mai lo stimolo della sete e alle volte avvertono un vero e proprio rifiuto a bere. Quando lo stimolo della sete si fa sentire, in realtà è ormai troppo tardi poichè il corpo è già in fase di allarme, siamo ormai già disidratati. Vi sono anche sportivi che rispetto al grande dispendio idrico dovuto all'attività fisica, non riescono comunque a bere una quantità di acqua sufficiente per colmare la carenza. La sensibilità alla necessità del corpo di mantenere una giusta idratazione non corrisponde all'arsura o alla sete, come quella per esempio, che subentra dopo uno stato di eccessiva sudorazione o sovraffaticamento fisico che ha bruciato le riserve. La sensibilità all'acqua è un'esperienza fisiologica del corpo: quando viene a mancare è perché sono subentrati meccanismi di desensibilizzazione e si rende necessario un lento lavoro di recupero. Per fare un esempio, l'acqua addizionata di Anidride Carbonica riduce l'apporto di acqua, ci impedisce un'idratazione completa perché le "bollicine" anestetizzano momentaneamente le papille gustative, creando un'illusoria sensazione di dissetamento. L'acqua sembra essere più dissetante e la persona beve meno rispetto a quelle che sono le reali necessità del corpo. Un'altra problematica della sensibilità ai bisogni di idratazione del corpo, si può individuare nella modalità di assunzione dell'acqua stessa. E' fondamentale bere con moderazione e poco alla volta poichè il tempo di assorbimento dell'acqua da parte dell'intestino è di circa 25 ml al minuto. Questo significa che non ha senso bere mezzo litro d'acqua, o poco meno, tutto in una volta perché quello che otterremmo è solo una fastidiosissima dilatazione dello stomaco. E' vero che più lo stomaco è dilatato e più velocemente l'acqua defluisce nell'intestino, ma visti i tempi di assorbimento, tanto vale razionarla bevendo poco e spesso. Un'idea potrebbe essere quella di bere un bicchiere d'acqua ogni ora: è un modo per prendere un impegno con se stessi, un vero e proprio "appuntamento" con la salute. L'errata abitudine del bere si nota in persone che quotidianamente bevono i loro due litri di acqua solo nelle ore notturne e durante il giorno "non hanno mai sete". Altre giustificazioni che adducono sono: di non aver mai tempo, di dimenticarsene o di trovare l'acqua pesante da digerire. Altre persone invece il litro e mezzo giornaliero lo bevono durante i due pasti principali: questa è comunque un'abitudine errata poichè l'acqua in questo caso va a diluire i succhi gastrici secreti dallo Stomaco per l'attività digestiva. Ne deriva un rallentamento del processo digestivo, un appesantimento della funzionalità digestiva stessa con fenomeni di gonfiore addominale che si potranno evitare bevendo l'acqua tra un pasto e l'altro. Nel caso in cui l'acqua però dovesse dare la fastidiosa sensazione di pesantezza digestiva, possiamo consigliare di assumerla o con un'aggiunta di succo di limone, o con l'aggiunta di un cucchiaio di aceto di mele biologico per litro d'acqua. Questi due alimenti acidificano leggermente l'acqua, rendendola così più simile all'ambiente acido dello stomaco, e quindi più digeribile. L'obiettivo è quindi quello di riattivare il processo d'idratazione dell'organismo e per facilitare ciò, non dobbiamo dimenticare quanto sia importante stimolare la funzionalità degli organi emuntori del nostro corpo. La loro proprietà è quella di canalizzare ed espellere dal corpo le sostanze tossiche derivate da errori alimentari, dall'inquinamento dell'ambiente e degli alimenti stessi, dai farmaci, dallo stress, dai ritmi biologici alterati, ecc.. L'accumulo tossinico provoca il sovraccarico del tessuto connettivo, crea disturbi funzionali nell'organismo e di conseguenza ciò che viene minato è lo stato energetico del corpo, è la resistenza allo sforzo fisico: ciò potrà rendere, ad esempio, meno efficace la performance sportiva. Attraverso una valutazione dello stato energetico di questi organi con metodiche Kinesiologiche o di Biorisonanza, è possibile ottimizzare l'assimilazione dell'acqua in relazione a questi sistemi fisiologici specifici. Con la Fitoterapia è possibile attuare un drenaggio tossinico mirato ed equilibrare gli organi emuntori che si trovano in stato deficitario. La proprietà del rimedio Fitoterapico è quella di veicolare il materiale tossinico dal profondo, dalle cellule, dai tessuti, verso gli organi emuntori, con un'azione centrifuga. Da un trattamento di questo genere ne deriva una vera e propria sferzata di energia che a partire dalle cellule, va a rigenerare tutto l'organismo. Il Fitoterapico verrà testato con metodiche Kinesiologiche o di Biorisonanza e scelto secondo le affinità energetico-costituzionali del soggetto. Un'altro rimedio che facilita l'assimilazione dell'acqua, pur non essendo un fitoterapico è il Natrium Muriaticum. Natrum Muriaticum non è altro che Cloruro di Sodio, ovvero sale da cucina dinamizzato omeopaticamente (alla D6), cioè sottoposto a un processo di trasformazione che ne diminuisce radicalmente la materia. Questa preparazione cambia le proprietà del sale stesso: mentre il sale da cucina ha un effetto ritentivo, il Natrum Muriaticum ha effetto esattamente contrario, facilita l'assimilazione dell'acqua a livello tissutale e profondo, secondo il principio del creatore dell'omeopatia: "Simillium similia simillibus curentur". Questo rimedio per via riflessa andrà a stimolare il desiderio di bere acqua, favorendo così naturalmente il riequilibrio idrico del corpo. Istituto di Psicosomatica Integrata |



